lunedì 22 febbraio 2016

Revenant - Redivivo


Nordamerica, 1823. Il cacciatore-esploratore Hugh Glass (Leonardo DiCaprio) mette in salvo il manipolo di pellai per cui lavora dall’attacco della tribù degli Arikara. L’unica via relativamente sicura per tornare al campo base è quella terrestre. In testa al gruppo, alla ricerca della strada giusta, Glass s’imbatte in una femmina di grizzly con piccoli al seguito: attaccato alle spalle, viene gravemente ferito e ridotto in fin di vita. La compagnia non può attendere. Il capitano incarica due dei suoi di assisterlo per quel poco che gli resta e dargli degna sepoltura. Peccato che uno sia John Fitzgerald (Tom Hardy), ex soldato violento e razzista, intenzionato soltanto a intascare i soldi promessi per questo incarico supplementare. Ovviamente Glass verrà abbandonato al suo destino.
È una storia di morte, rinascita, sopravvivenza e vendetta quella tratta dall’omonimo romanzo di Michael Punke e ispirata al trapper realmente esistito, figura però di consistenza più leggendaria che storica.
Scritta dal regista e da Mark L. Smith, la sceneggiatura costringe lo spettatore ad abbassare la soglia di sospensione dell’incredulità in un paio di occasioni e si concede dei flashback apparentemente poetici, che nei migliori casi arricchiscono il retroterra del protagonista, nei peggiori abbassano il ritmo. In essi i richiami a Malick sono solo apparenti: qui non si tesse un elogio della natura vivente per immagini (tutto è ostile quanto i nemici umani). Ma il respiro della trama è ampio e l’epicità dei fatti è amplificata dalla bravura di Alejadro G. Inarritu, che coadiuvato dall’eccezionale operatore Emmanuel Lubezki (2 Oscar), muove la macchina da presa così da rimpicciolire la figura umana tra i paesaggi o da starle incollata (con evidenti grandangoli) fino a ‘soffocarla’ nell’inquadratura insieme allo spettatore. Il tutto è servito in coinvolgenti piani sequenza (l’incipit sembra uscito da un Salvate il soldato Ryan di frontiera) o in frangenti che sanno quasi di real tv. Le musiche di Sakamoto – ansiogene, minimaliste ed evocative – fanno il resto. Al netto, potrebbe quasi essere un nobile parente della Passione di Cristo o Apocalypto di Mel Gibson, girato però come se fosse un Gravity “into the wild”: l’imperativo è sopravvivere.
Girato in buona parte in Canada in condizioni proibitive (fino a -40°), in digitale e con luci naturali al costo di 135 milioni di dollari, non privo di riferimenti a western più o meno recenti (tra cui Uomo bianco, va' col tuo dio! con Richard Harris, basato sulla stessa vicenda), The Revenant vive di vita propria grazie al taglio postmoderno della regia. La sola scena dell’attacco dell’orso divora tutta la computer grafica vista in sala nel 2015.
Dopo essere stato abbondantemente preso in giro per l’Oscar non vinto per The Wolf Of Wall Street (in cui lui era eccessivo persino rispetto alla storia) Leonardo DiCaprio porta a casa il Golden Globe come miglior attore drammatico e punta alla statuetta: da vegetariano, ha persino dovuto mangiare fegato crudo di bisonte. Talvolta Tom Hardy gli ruba la scena, anche se il suo personaggio è di una cattiveria monocorde qua e là irritante. Domnhall Gleeson aggiunge un altro titolo di peso alla sua già rispettabile filmografia.

CRITICA: ***1/2


VISIONE CONSIGLIATA: A


lunedì 15 febbraio 2016

Quo vado?


Ah, il posto fisso. Un miraggio per tanti, oggigiorno. Uno degli ultimi a goderne – immeritatamente – è Checco Zalone (Luca Medici), che lo difende come una cozza patella attaccata allo scoglio. Peccato che a minarlo giunga la soppressione delle Province. Per lui, addetto alle licenze di caccia e pesca costantemente ingraziato da cestini e omaggi assortiti, è la fine: non è invalido, non è sposato, non ha neanche una minima motivazione che gli consenta di restare dov’è, a Conversano (a una trentina di chilometri da Bari). Non gli resterebbe che capitolare, firmando un trattamento di fine rapporto con una generosa liquidazione. Ma, guidato dal senatore Nicola Bitetto (Lino Banfi) – santo protettore che ha regalato il posto fisso a lui e a un altro paio di suoi parenti – Checco non molla: viene spedito prima in varie località dello Stivale, poi al polo Nord, tra i fiordi della Norvegia. L’incarico assegnatogli – il dover garantire la sicurezza di Valeria (Eleonora Giovanardi), ricercatrice italiana del Cnr – inizialmente lo scoraggia, ma il bel visino della giovane fa breccia nel suo cuore.
Prodotto dalla Taodue di Pietro Valsecchi (leggasi Mediaset), costato ben 10 milioni di euro e distribuito in 1300 sale (numeri ignoti persino agli studios hollywoodiani), il quarto lungometraggio dell’accoppiata Medici-Nunziante non si allontana di molto dai tre capitoli che l’hanno preceduto. Narrativamente elementare, vanta ancora la voce narrante del protagonista e – stavolta – una cornice. Di nuovo c’è che la maschera di Zalone – italiano medio-mediocre, Homer Simpson de noantri – sembrerebbe subire un’apparente evoluzione. Nei primi quaranta minuti del film, il personaggio, ammesso che strappi risate, ne strappa di becere. Inserito in un universo in cui i riferimenti ‘culturali’ sono la sigla di C’è posta per te (ovvero Love’s Theme di Barry White) e i quiz televisivi, in cui Margherita Hack fa rima con “fuck”, Checco sfoggia tutto il suo essere machista, ciuccio e presuntuoso: tratta le donne come serve (dice alla fidanzata di essere “poco retro-attiva”) e il prossimo con sufficienza. Raccoglie persino liquido seminale da un orso polare.
L’incontro con la ricercatrice lo spinge però a migliorarsi: inizialmente si dà alla reinvenzione di piatti tipici pugliesi (panzerotti per musulmani, buddisti e atei; “riso patate e krill”), poi si rende conto che la vita da cittadino responsabile è preferibile a quella da ‘furbetto’. Finisce così per rispettare le code, attende il verde ai semafori, raccoglie le cartacce da terra. Ma cosa postula la sceneggiatura firmata dal duo barese? Che quello del buon vivere civile è un gioco al quale l’italiano medio non può giocare, perché è incompatibile con la sua natura. A Checco basta rivedere in tv Al Bano e Romina sul palco di Sanremo per sentire nostalgia di casa e tornare ai propri insopprimibili vizi, per rivelarsi qual è. Con questa trovata cerchiobottista Zalone riesce a conquistare tutti i tipi di pubblico, facendo ridere chi si sente come lui e chi si crede migliore di lui. Ovviamente non manca un finale che salva capre e cavoli, con tanto di presunta redenzione. L’unica vera bellezza, soffocata da un’umanità sciagurata, è quella dei paesaggi (che la regia neanche riesce a esaltare). Che si tratti della Val di Susa, della Puglia o della Calabria (ove Checco lascia che si scarichino rifiuti tossici). Una grande bellezza seppellita (di nuovo) da incassi tanto stratosferici quanto autoassolutori.

CRITICA: *1/2

VISIONE CONSIGLIATA: I


domenica 17 gennaio 2016

Macbeth



Al nobile scozzese Macbeth viene profetizzato da tre streghe un futuro da regnante. Coadiuvato dalla moglie, ospita il re Duncan, lo uccide e ne prende il posto. Ma il dubbio che altri capi clan stiano tramando alle sue spalle per detronizzarlo lo conduce a una cieca follia omicida.
L'ennesimo adattamento della tragedia di Shakespeare porta stavolta la firma di Justin Kurzel, cineasta australiano alla sua seconda regia. La sua opera precedente, Snowtown (2011) era ambientata nei quartieri degradati di Adelaide e ostentava scene di tortura. La sua prossima, Assassin's Creed (uscita prevista per il 2016) è tratta da un famoso videogioco in salsa storica. Vien da chiedersi perché Kurzel si sia cimentato in quest'impresa tutt'altro che necessaria, visti gli illustri precedenti firmati Welles, Kurosawa e Polanski. Qui ci troviamo dinanzi a un atroce travaso di ritagli del testo originale in quello che potrebbe essere lo spot tv di un eau de toilette Cristian Dior o Versace, con le relative libertà espresse in forma visiva (tra cui dei costumi dal sapore postmoderno). Una messinscena patinata, sontuosa (fotografia: Adam Arkapaw), apparentemente realistica (vedi l'uso degli splendidi scenari scozzesi), che stride violentemente con le parti recitate come se si fosse su un palco e non dinanzi a una cinepresa. Fassbender, non molto in parte, presto pare sprofondare col pilota automatico in una follia mal resa (corre nella sua stanza come se facesse jogging); Marion Cotillard, prima gli ruba la scena da sproloquiante istigatrice, poi si spegne quando si riscopre umana. Il cast di contorno vanta ottimi nomi: Paddy Considine è Banquo, Sean Harris è McDuff, Elizabeth Debicki è sua moglie, David Thewlis re Duncan. Quasi tutti sprecati, utili più sulla locandina che sul grande schermo. Solo Harris riesce a lasciare - per quanto possibile - il segno.
Un film monumentalmente soporifero in cui le musiche insistenti non scuotono comunque dal torpore.

CRITICA: *1/2


VISIONE CONSIGLIATA: A


martedì 29 dicembre 2015

Posh


Giovani, aitanti, ricchi e viziati, otto studenti di Oxford appartengono al Riot Club ("Un nome, un programma" verrebbe da dire), elitaria brigata di gentaglia in doppiopetto il cui scopo risiede nello spalleggiarsi a vicenda per nascondere amoralità assortite. Goliardate ora, malaffari in futuro. Poiché non può iniziare un anno accademico senza che si sia in dieci, il gruppo trova altri due bei soggetti da circuire: Alistair (Sam Clafin) e Miles (Max Irons, quasi un gemello di Robert Pattinson). Il primo vanta un fratello leggendario ex membro, l'altro invece ci entra attirato dalle prospettive di successo. Il che condurrà entrambi a due estremi, con inevitabili cambiamenti per la vita futura."Sono stufo marcio delle persone povere!". Il non-senso di Posh potrebbe riassumersi con questa battuta, pronunciata dal più irritante dei personaggi del film. Diretta dalla danese-britannica Lone Scherfig, l'adattamento cinematografico dell'omonima piéce teatrale di Laura Wade - autrice anche della sceneggiatura - è una pellicola sbiadita, come la fotografia di Sebastian Blenkov. Cosa aggiunge di nuovo Posh sui rapporti tra upper class e resto del mondo? Nulla, e lo fa anche con poca convinzione. "Sono tutti uguali" vien detto di loro da un comune mortale, e in effetti alcuni di loro si assomigliano anche somaticamente, accomunati dall'idea che siano denaro e sesso a dettar legge. Ma al di là dei luoghi comuni sputati tra fiumi di alcol e volgarità assortite (tipo: 'grazie all'utopia laburista i poveri fanno i debiti per essere come noi'), non resta granché. Forse solo la gattopardesca inquadratura finale. Prodotto dalla 'spregiudicata' rete Channel 4.
PS "Posh" significa sia "snob" che "chic".

CRITICA: **

VISIONE CONSIGLIATA: A