lunedì 15 febbraio 2016

Quo vado?


Ah, il posto fisso. Un miraggio per tanti, oggigiorno. Uno degli ultimi a goderne – immeritatamente – è Checco Zalone (Luca Medici), che lo difende come una cozza patella attaccata allo scoglio. Peccato che a minarlo giunga la soppressione delle Province. Per lui, addetto alle licenze di caccia e pesca costantemente ingraziato da cestini e omaggi assortiti, è la fine: non è invalido, non è sposato, non ha neanche una minima motivazione che gli consenta di restare dov’è, a Conversano (a una trentina di chilometri da Bari). Non gli resterebbe che capitolare, firmando un trattamento di fine rapporto con una generosa liquidazione. Ma, guidato dal senatore Nicola Bitetto (Lino Banfi) – santo protettore che ha regalato il posto fisso a lui e a un altro paio di suoi parenti – Checco non molla: viene spedito prima in varie località dello Stivale, poi al polo Nord, tra i fiordi della Norvegia. L’incarico assegnatogli – il dover garantire la sicurezza di Valeria (Eleonora Giovanardi), ricercatrice italiana del Cnr – inizialmente lo scoraggia, ma il bel visino della giovane fa breccia nel suo cuore.
Prodotto dalla Taodue di Pietro Valsecchi (leggasi Mediaset), costato ben 10 milioni di euro e distribuito in 1300 sale (numeri ignoti persino agli studios hollywoodiani), il quarto lungometraggio dell’accoppiata Medici-Nunziante non si allontana di molto dai tre capitoli che l’hanno preceduto. Narrativamente elementare, vanta ancora la voce narrante del protagonista e – stavolta – una cornice. Di nuovo c’è che la maschera di Zalone – italiano medio-mediocre, Homer Simpson de noantri – sembrerebbe subire un’apparente evoluzione. Nei primi quaranta minuti del film, il personaggio, ammesso che strappi risate, ne strappa di becere. Inserito in un universo in cui i riferimenti ‘culturali’ sono la sigla di C’è posta per te (ovvero Love’s Theme di Barry White) e i quiz televisivi, in cui Margherita Hack fa rima con “fuck”, Checco sfoggia tutto il suo essere machista, ciuccio e presuntuoso: tratta le donne come serve (dice alla fidanzata di essere “poco retro-attiva”) e il prossimo con sufficienza. Raccoglie persino liquido seminale da un orso polare.
L’incontro con la ricercatrice lo spinge però a migliorarsi: inizialmente si dà alla reinvenzione di piatti tipici pugliesi (panzerotti per musulmani, buddisti e atei; “riso patate e krill”), poi si rende conto che la vita da cittadino responsabile è preferibile a quella da ‘furbetto’. Finisce così per rispettare le code, attende il verde ai semafori, raccoglie le cartacce da terra. Ma cosa postula la sceneggiatura firmata dal duo barese? Che quello del buon vivere civile è un gioco al quale l’italiano medio non può giocare, perché è incompatibile con la sua natura. A Checco basta rivedere in tv Al Bano e Romina sul palco di Sanremo per sentire nostalgia di casa e tornare ai propri insopprimibili vizi, per rivelarsi qual è. Con questa trovata cerchiobottista Zalone riesce a conquistare tutti i tipi di pubblico, facendo ridere chi si sente come lui e chi si crede migliore di lui. Ovviamente non manca un finale che salva capre e cavoli, con tanto di presunta redenzione. L’unica vera bellezza, soffocata da un’umanità sciagurata, è quella dei paesaggi (che la regia neanche riesce a esaltare). Che si tratti della Val di Susa, della Puglia o della Calabria (ove Checco lascia che si scarichino rifiuti tossici). Una grande bellezza seppellita (di nuovo) da incassi tanto stratosferici quanto autoassolutori.

CRITICA: *1/2

VISIONE CONSIGLIATA: I


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